Ita Eng Spa Fra Ger

Il Pensiero


♦ Pasquale Di Lena  
(Cliccare sulle parole in carattere blu)
Chi è - Who's who

PREFAZIONE

Prefazione
La letteratura italiana, ci ha ricordato Gianfranco Contini, è l'unica grande letteratura nazionale per la quale il dialetto è una parte integrante ed ineliminabile. Questa profonda verità, troppo spesso dimenticata in passato, od offuscata dal persistente pregiudizio del dialetto come strumento espressivo inadeguato ed "inferiore", si è venuta affermando con indiscutibile perentorietà negli ultimi decenni, grazie a una rigogliosa fioritura di poesia in dialetto, che rappresenta senza dubbio uno dei fenomeni più importanti e caratterizzanti della letteratura italiana del secondo Novecento, e che ha rimesso in discussione il concetto stesso di letteratura dialettale, poggiando anche su un proliferarsi senza precedenti di convegni, di studi, di dibattiti, di libri, di riviste specializzate, di interviste, di rivelazioni. Per la prima volta nella storia letteraria italiana la poesia dialettale, ormai completamente legittimata dalla critica, riesce a competere direttamente con la poesia in lingua, aprendosi varchi sempre più ragguardevoli nella grande editoria e soprattutto nell'attenzione del pubblico di lettori e di critici, e scoprendosi nel contempo depositaria di ricche tematiche private collettive, che vanno oltre i fenomeni strettamente letterari, e riguardano l'antropologia, la psicolinguistica, la psicologia, la sociologia, la semiotica.
I motivi per cui tanti poeti italiani si rivolgono al dialetto piuttosto che all'italiano come mezzo espressivo sono molteplici, e le implicazioni di tale scelta - letterarie, psicologiche, politiche, esistenziali, antropologiche - sono di lunga portata ed hanno radici profonde: la recente poesia dialettale fa parte di una reazione più vasta all'effetto alienante della società postindustriale, il che ha significato la riabilitazione della storia e memoria etniche, il recupero delle radici personali, della storia personale, che il linguaggio impersonale dei mass media non può né riconoscere né trascrivere. Questo significa anche il recupero del proprio luogo nativo, il luogo d'origine, come alternativa ad una realtà monotona, omologante, priva di significato.
La poesia di Pasquale Di Lena, moderna, spregiudicata, insieme ironica e moralmente impegnata, si colloca nel solco di una notevole tradizione dialettale molisana, certamente in grado di reggere bene il confronto, a livello nazionale, con altre tradizioni regionali.
The poems of Pasquale Di Lena
In inglese
IL PENSIERO

Il pensiero
Il pensiero che non vuoi pensare
è una mosca
che ti fa innervosire.
Ti gira intorno si posa sulla fronte
dietro il collo
più la cacci
più diventa ossessiva.
Volando sempre più veloce
ti piomba prima dentro un occhio
poi dentro un orecchio
e quando cerchi di prenderla fai cilecca.
Ti dai degli schiaffi da solo
come un cretino
per una mosca
che continua a volare.

UN GIORNO
Un giorno
Un giorno che cos'è un giorno?
Un quarto d'ora di tanti quarti d'ora
una notte che si è messa a dormire
un apparire del sole
o è un canto del gallo che fa chicchirichi?
É niente di fronte tanti giorni
è tanto di fronte ad un momento.
È una risata fatta a squarciagola
un cumolo di pensieri e sentimenti.
Un filo che si tesse
fatto di ricordi e di speranze
che ognuno può cambiare
soprattutto da chi pensa solo allo stomaco.
Un giorno è pure una notte
che ti prepara a stare con la morte


BELLA

Bella
Gli occhi che assomigliano al mare
una bocca di corallo
il naso che s'arriccia quando ride.
Bella
come la parola che ti è più cara
la luce del mattino
i pensieri che escono dal cuore
l'innamorato che ti guarda e ti ammira.
Una farfalla
che vola e si posa
si accoppia e si stacca.
Una rosa che spunta da una siepe di rovi
e fa dispetto al sole.
Un cardellino nascosto su un ramo
che canta a squarciagola.
Un piccione
che ti guarda con un solo occhio
impettito.
Un puledro
che corre e scalcia
per non farai prendere.
Un filo d'erba
che si prega ad ogni vento
ma solo il sole lo può seccare

LA VITA
La vita
La vita! Ogni istante è un pensiero!
Farsi capire
poter mangiare
imparare a camminare.
Sentirsi morire conoscere gli altri.
Stare in braccio per la paura di perdere mamma e padre.
La paura di sbagliare
la colpa di giocare.
Sentire le prime voglie
come di una mela da cogliere.
Un cuore che batte la paura d'esser matto.
A sistemazione
la rivoluzione.
Un mondo vecchio fatto da altri.
Stare insieme ai figli.
La voglia di emergere
le responsabilità.
Guardare al passato
ritrovarsi solo.
Non capire
Sentirsi morire.
La morte sempre dietro la porta
suona il campanello
e ti fa sbigottire
per accompagnarti per il resto della vita
senza traumi
se te la sei fatta amica

L'UBRIACO

l'ubriaco
Uno che è sbronzo
si riconosce da lontano
cammina con la testa bassa
le braccia un po' allargate
le gambe divaricate.
La via per lui è sempre storta
sbattendo da una parte all'altra.
Tu credi che cade ma non cade.
Ogni tanto alza la testa in aria
come per riprendere fiato.
È un uomo solo
che si è fatto amico il bicchiere
per toglier dalla testa i pensieri.
Appena ti incontra si mette a parlare
prima piano piano, poi ad alta voce
facendo avanti ed indietro
con un discorso che si ripete.

IL SOLE E LA LUNA
Il sole e la luna
Non se ne può proprio più
di questo clima
con una mano prendi il sole
e con un'altra la luna
per mettere uno di fronte all'altra
viso a viso da soli.
Il primo sbianca
e la seconda arrossisce.
Io li sento tremare
una classica tremarella
proprio di chi non ha fatto cose belle.
Li avvicino sempre di più
per abituarli guardarsi negli occhi
e quelli,
mentre si rifiutano, li chiudono.
Allora non ci vedo più
cosi li appiccico naso contro naso
e loro subito ne approfittano
per darsi un bacio lungo e dolcissimo.
Non c'è possibilità di staccarli
ed io stanco mi arrendo
nel vedere due volti felici
ritrovandomi cosi con una mano calda
e con l’altra fredda

IO VORREI DIVENTARE SINDACO

Io vorrei diventare sindaco
Io vorrei diventare sindaco
per fare un monumento al maiale.
Si al maiale
l'animale che sacrifica la vita sua
per far vivere i cristiani.
Il maiale non conosce la vecchiaia
perché campa sì e no un anno
non ha tempo di attaccarsi al padrone
perché da un momento all'altro
questo lo fa fuori.
Non spreca niente
perché mangia tutto e tutto rende
sfamando la fame.
È un animale santo
che sa solo dare.
a sugna, il lardo, la pancetta, ?
la salsiccia, il guanciale, la spalla,
il prosciutto, il salame,
la sopressata, le setole, la ventricina,
il sanguinaccio, la frusta.
Ti sfamava e mentre ti sfamava
ti faceva strare bene.
Era il re della casa
prima e dopo che era morto
ecco perché da ogni parte
ci vorrebbe
un monumento
con la coda attorcigliata
la bocca leggermente aperta
il muso in alto
quasi stesse per dirti
che colpa della sua morte
sei tu, proprio tu


IL PAESE MIO
Il paese mio
Il mio paese
è dentro un fosso
sopra un pugno di terra
tanto da far pensare a una nave
Intorno il Monte, il Monte Arone e Monte Arcano tenuti aperti dal vallone della terra
che sfocia nel Biferno
La Natura è piena di dolcezze
come il sangue della gente
che ha origini molto lontane,
come il verde degli olivi che si spande ovunque
Il larinese senza gli olivi è una persona trista
piena di ricordi e di nostalgia
Il mio paese
dal ponte alla parte bassa
da le Caselle alla  Selciata
dall’abbeveratorio a sotto il carcere
via Cluenzio, la piazza, via Leone,
dove il sonno non ha pensiero
l’uccello non canta per sé,
ma per farsi sentire;
ogni piatto viene condito con l’olio di oliva
e c’è ancora l’asino che raglia
Dove ogni vicolo ha un’aria diversa
come il pensiero delle persone
Ricchezze messe da parte
altre che non vengono utilizzate
o in qualche magazzino
il mio paese
dove il caldo e il freddo
sono frutti di stagione
come la bora e il favonio
sembra un bambino nella culla
dondolato da ulivi e acacie
querce
fichi e qualche olmo.
 
CHI CI CAPISCE E' BRAVO
CHI CI CAPISCE E' BRAVO
Capire per non capire
non capire per non capire
capire di non capire
non capire di capire.
Capire
non capire
far finta di capire
come un che non vuole andare in guerra
o il sordo che non è sordo.
Ma quanti pazzi e quanti sordi
in questo mondo di furbi
dove chi capisce è bravo

IL VESTITO
Il vestito

Dentro un vestito
uno ci può star stretto
come ci può star largo.
Comunque non è detto
che uno non ci può stare
se è stretto trattiene il fiato
se è largo gonfia lo stomaco.
Ti devi adattare
per fartelo andare a misura
altrimenti ti calano le brache
o ti stappi il fondello.

COME IN UN SOGNO
Come in un sogno

Come in un sogno
ti ho pensata l'altro giorno.
Correvi verso di me
con gli occhi che ti ridevano,
la faccia rossa di gioia
i capelli sciolti portati dal vento.
Sembravi un puledro senza cavezza.
Io fermo come uno scemo
ti guardavo e non capivo
mentre correvi con le braccia aperte
ed il cuore che batteva.
Correvi, correvi, correvi
senza arrivare mai.
io stanco di aspettarti ho detto:
è meglio che me ne vada.

VICINO AL FOCOLARE

Vicino al focolare

Veramente penso spesso alla vecchiaia,
non so se faccio bene o male,
un fatto però è certo che la vecchiaia
c'è ed è un fatto normale.
Chi può sapere se uno campa o muore
La morte non bussa, entra senza avvisare
comunque ognuna spera che il cuore duri
e si prepara alla morte con i piccoli salti
Ma l'usanza di oggi non è cosi,
ognuno vive la vita al massimo
tanto dice il mio destino è morire,
allora è meglio vivere un attino da re.
Insomma ci si accontenta di una bella fiamma
anche se non ti dà fuoco, non ti riscalda,
ma ti brucia, ti acceca, ti avvampa
con il freddo che prende il posto del caldo.
Certo non è facile preparare un bel focolare:
prima il ciocco, poi la legna e poi la fascina.
Se inizia ad ardere è raro che si spenga.
Vedi la fiamma, senti il calore, tutto è bello.
Quando finisce la fiamma non finisce il fuoco
il ciocco è diventato un carbone ardente
che ogni tanto si stuzzica con il soffietto.
Sotto la cenere rimane sempre un carbone.
attorno al fuoco conosci il passato
prepari il domani,
impari a distinguere il poco dal molto
fai sempre qualcosa per non stare con le mani in mano,
capisci che non ci sta solo l'oggi ma pure la vecchiaia.

LA CASETTA CON LA SABBIA

La casetta con la sabbia
Mi ricordo da bambino al mare
fabbricavo casette con la sabbia
e ci mettevo tanta passione.
Me le guardavo e me le riguardavo
e mi sentivo veramente bravo.
Più di una volta ci giravo attorno
per vedere se mancava qualcosa:
una porta, una finestra o una stradina.
Poi cambiavano colore
per l'acqua che seccava
e piano piano, per colpa del vento
si staccava qualche pezzo.
Prima correvo per metterci riparo
poi vedevo che tutto si frantumava,
allora tiravo un calcio e le distruggevo.
Mi uscivano lacrime di rabbia
e sentivo tutto come un brutto guaio.
Diventando grande ho capito che
per la case ci vogliono fondamenta
se non vuoi vederle sparire in un attimo,
figuriamoci se puoi costruire sulla sabbia
dove ogni cosa dura un attimo solo.


LA CIVETTA

La civetta

Da bambino mi avevano insegnato
ad avere paura (fra tante paure)
della civetta, uccello di malaugurio.
"Chi lo sa per chi canta"
dicevano le donne segnandosi.
Era padrone della notte
e nessuno sapeva se cantava o piangeva.
Dentro le case piene di figli
le disgrazie non mancavano mai:
miseria, fame, per grazia di Dio,
ora un morto, ora una malattia,
ora una disgrazia sul lavoro,
ora una famiglia in mezzo alla strada.
La colpa sempre dell'uccello del malaugurio:
che non sbagliava mai,
dove guardava colpiva.
La gente piangeva, si strappava i capelli,
gridava poi ricominciava.
Mondo sempre uguale per la speranza
che non arrivava mai al cielo
per colpa della civetta che cantava.


NOTTE D'ESTATE
Notte d'estate

In quelle poche ore della notte d’estate
mi piace stare nella strada
per respirare una boccata di aria fresca
per sentire il paese che dorme un sonno antico,
dove assiolo e grillo si rispondono
a tempo, con una civetta che canta,
un gatto che miagola, un cane che abbaia.
Parla da solo un ubriaco che cerca compagnia.
Da una finestra aperta si sente russare,
un rivolo di acqua fa sentire la propria allegria,
una campana suona i quarti che passano.
Dentro la via ogni passo che fai rintrona.
L'aria è ferma, fa un caldo che non si sopporta
e così con due passi arrivo sul ponte
dove si sente un po' di fresco per un venticello
che spira insieme ad un profumo di campagna.
Ha un senso la vita anche quando dorme
con il riposo per far riprendere le forze,
con un sogno che fai e ti fa vivere
con un pensiero lieve per tante cose
come quello, bello, di un bacio di Annarosa.

LA MADRE

La madre

Hai capito figlia mia?
Devi imparare a rassettare la casa,
fare la minestra
cucire,
lavare e stirare
a fare la spesa e risparmiare.
Sapere cosa sono i figli
quando sono grandi e quando sono piccoli,
le maniere per far felice l'uomo
sempre pieno di pensieri,
di preoccupazioni,
distrutto dal lavoro
dentro casa cerca riposo e consolazione.
Prima che me lo dimentichi,
molto importante è saper pulire le verdure.
quando hai voglia di parlare ascolta me: canta
se vuoi che si dica che sei una brava ragazza,
una buona moglie,
una santa mamma, quella che si dice una donna
sì proprio una donna
una donna d'oro,
una donna.

LA FIGLIA
La figlia

Ma mammaaa!
Con te non si può più vivere,
lo stesso ritornello notte e giorno
bì, bi bà, bà:
un assiolo, un tarlo.
Sei stata serva tu
e vuoi fare serva anche me.
Sempre col grembiule davanti,
con la testa chinata, mai una parola, zitta
inginocchiata davanti all'uomo.
Piangere lacrime in silenzio
pronta a dire sì
a perdonare e consolare
senza pensieri né dolori
con la stanchezza come gioia
per ritrovarmi vecchia e sfinita
senza sapere perché ho vissuto.
No mamma, no
non è cosa, scordatelo,
perché ci sono anche io
e anche io voglio vivere
con l'uomo che mi deve rispettare.

IL CONSUMISMO (TUTTO SI BUTTA)
Tutto si butta

Chi ci capisce qualcosa è proprio bravo
come si prende oggetto si butta,
la costanza è virtù rara.
La regola è cambiare in continuazione.
Il vestito è nuovo?
Si butta via,
e cosi il frigorifero, il letto,
l'auto, la radio, la televisione,
per comprarne un 'altra
e poi buttarla via.
La vita è diventata un immondezzaio
dove uno appena trova compagnia
butta via madre, padre e comare,
senza necessità, solo per mania.
Cosi la compagnia per un'altra compagnia,
l'amicizia per un'altra amicizia,
figli, fratelli, sorelle e chi che sia.
Tempi brutti questi
una vera e propria maledizione
che fanno le persone tristi
alla ricerca di una preoccupazione.
L'odore ti entra dentro ti offusca
la mente come con l'uso del papavero bianco
e nessuno quasi pensa più
ai principi, sentimenti, vocazione.
Chi gode è solo l'ingordo
e colui che approfitta dell'altro.
Il cieco parla al sordo e il sordo insegna al cieco.
Tutti e due si arrabbiano
imprecando Sant'Antonio
invece di parlare abbaiano
piano, paino passa anche la voglia.
Il rimedio è guardarsi attorno
con gli occhi bene aperti
le orecchie pulite
vegliare notte e giorno
per non tornare indietro ma andare avanti
e non fare dire e tu lo senti
"chi muore muore, chi campa campa"
oppure "quelli di una volta erano tempi!".
Con la spazzatura si fa il letame
con il letame concima la terra
con la terra fertile si fa il pane,
con il pane si vive senza fare la fame,
senza fame si mangia.
con il pensiero si cresce,
crescendo si diventa forte
e cosi niente si butta via
ma ogni cosa si usa, si gode
come pure si sente.
Sentire significa vivere
bere senza ubriacarsi,
chiacchierare baciandosi,
cantare stringendosi
senza sapere chi sta sopra e che sotto
nel susseguirsi di capovolte.


MI BATTE IL CUORE
Appena ti vedo
mi batte il cuore
quasi non credo
che possa essere amore.
E meno che anche se accelera
il battito è regolare
come una macchina dannata.
Per mantenerlo così
ci vuole molto sangue
una manciata di venerdì
e un infinità di tempo.
Ma come! Ancora non capisci?
allora non può essere
e cosi tutto finisce
e io lo metto a riposo.
Ma una cosa devo capire:
se il sordo è sordo
o perché non vuol sentire
facendo il furbo.
È sordo? Povero lui.
È furbo? Povero fesso.  
Batti cuore che è primavera  
sui tetti volano le rondini
il giorno è caldo e fresca la sera
e tu canti a squarciagola.


IL FIATO DI TANTA GENTE
D'inverno freddo
d'estate caldo
uno sopra l'altro
mezzo digiuni
sempre affamati.
Attorno al camino
con fave e ceci abbrustoliti
con la paletta e il soffietto
sempre a sfottere il tizzone
tic-tic-tac come un gioco.
Con la pignata che bolliva
mio nonno che raccontava
e il fuoco che divampava.
Davanti ti bruciavi
dietro ti gelavi.
Geloni, vescicole
dentro il letto freddo
che lo scaldino non scaldava
e il mattone o la bottiglia ti bruciava.
L'unico calore il fiato di tanta gente.
D'estate porte aperte
la giara con l'acqua fresca
la testa rasata, scalzo
davanti alla porta a chiacchierare
una coperta per terra
e tanta voglia di respirare.


LA GALLINA HA FATTO L'UOVO

La gallina ha fatto l'uovo
e il gallo ha cantato
così succede
una fa una cosa
e l'altro si fa bello,
quando sento io, io,
puoi star sicuro che non ha fatto l'uovo  
ma crede lo stesso che l'uovo sia suo.
Sono troppi quelli che cantano
ed è per questo che l'asino raglia,
s'impunta e si incazza
e se cammina, camminando
finisce per mangiarsi la foglia.