
Benvenuti a Civitacampomarano ⇔ (Clicca sulla freccia del cursore per l'ascolto)
Benvenuti a Civitacampomarano, piccolo borgo della provincia di Campobasso, nel cuore del Molise.
Quella che sta per cominciare non è soltanto una passeggiata tra monumenti e antiche abitazioni. È un viaggio attraverso epoche molto diverse: dal Medioevo alla stagione del pensiero illuminista e del Risorgimento, fino ai linguaggi della street art contemporanea.
Vi consigliamo di procedere senza fretta. Qui ogni vicolo, ogni pietra e ogni parete può raccontare una storia.
► Prima tappa – Visita al Castello di Civitacampomarano
► Seconda tappa – Il centro storico
► Terza tappa – Le chiese del borgo
► Quarta tappa – La casa natale di Vincenzo Cuoco
► Quinta tappa – La street art e i murales contemporanei
► Itinerario specifico dei murales più famosi di Civitacampomarano
Prima tappa – Visita al Castello di Civitacampomarano

Benvenuti al Castello di Civitacampomarano, una delle più importanti testimonianze dell’architettura fortificata del Molise.

L’edificio sorge in una posizione dominante, sulla sommità di una collina situata a circa 520 metri sul livello del mare. Da questo punto strategico era possibile controllare il territorio circostante e le principali vie di accesso al borgo.
La prima costruzione del castello risalirebbe probabilmente al XII secolo. In origine la fortificazione era costituita da una torre e da un circuito murario di forma trapezoidale.
Nel corso del Quattrocento il complesso venne completamente ricostruito e ampliato. Le mura furono rafforzate e vennero realizzati tre grandi torrioni circolari e merlati, dotati di un possente basamento a scarpa, progettato per rendere più difficile l’assalto alla fortezza.

Delle tre torri originarie ne restano oggi due. Osservandole con attenzione, possiamo riconoscere le merlature e gli archetti pensili sostenuti da robuste mensole di pietra. Questo elegante coronamento prosegue anche lungo la cortina muraria, conferendo unità e imponenza all’intera costruzione.

Ogni torre era dotata di feritoie, strette aperture dalle quali i difensori potevano sorvegliare l’esterno e utilizzare le armi restando protetti. Le torri erano inoltre collegate ai camminamenti di ronda e disponevano di ambienti destinati al corpo di guardia e alla custodia delle armi.

Avvicinandoci dal lato settentrionale possiamo notare alcune strutture realizzate durante gli interventi di restauro successivi al terremoto del 1805, che provocò il crollo di due torri.
Il lato meridionale del castello, lungo circa 36 metri, si innalza sopra un’imponente parete rocciosa. Qui la struttura è caratterizzata da un alto basamento a scarpa, che raggiunge i 25 metri e rendeva questo fronte particolarmente difficile da attaccare.

Il lato occidentale, lungo 22 metri, è invece delimitato da due torri circolari ed è sormontato da un loggiato rinascimentale composto da sei arcate a tutto sesto. Questo elemento architettonico testimonia il passaggio del castello da fortezza esclusivamente difensiva a dimora signorile, più elegante e confortevole.
L’ingresso principale

Spostiamoci ora verso il lato orientale, dove si trova l’ingresso principale.
Per raggiungerlo dobbiamo salire uno scalone di dodici gradini. Davanti a noi appare un raffinato portale in stile catalano-aragonese, realizzato nel XV secolo.

Sopra la chiave di volta sono ancora visibili due importanti stemmi nobiliari.
Quello superiore appartiene alla famiglia Carafa della Spina ed è formato da tre fasce attraversate diagonalmente da una spina.
Lo stemma inferiore appartiene invece a Paolo di Sangro. Presenta uno scudo gotico suddiviso in sette bande e sormontato da un elmo. Accanto allo scudo compaiono due rosette, simbolo della famiglia Monforte. L’unione di questi elementi araldici ricorda il legame tra le due famiglie.

Al di sopra degli stemmi compare la figura di un drago che tiene sotto le zampe due gigli capovolti. Secondo l’interpretazione tradizionale, questa immagine rappresenterebbe simbolicamente il tradimento delle due famiglie nei confronti degli Angioini, simboleggiati dai gigli, e il loro successivo passaggio dalla parte degli Aragonesi.

Guardando più in alto, sopra l’arco, possiamo distinguere due incassi rettangolari. Al loro interno scorrevano un tempo le catene che sollevavano e abbassavano il ponte levatoio, oggi non più conservato.
Immaginiamo dunque questo ingresso nel pieno della sua funzione difensiva: il ponte sollevato, le guardie sulle mura e il portone chiuso a protezione della fortezza.
Il cortile interno
Attraversato il portale, entriamo nel cortile.

Qui si conserva la cosiddetta “fontana sannita”, costituita da una singolare scultura con quattro figure antropomorfe. Nonostante il nome, la fontana fu collocata in questo luogo dagli ultimi proprietari del castello in epoca moderna.

Poco distante si trova un pozzo utilizzato per raccogliere l’acqua piovana. Il pozzo era collegato a una grande cisterna capace di contenere circa 120.000 litri d’acqua. Questa straordinaria riserva non serviva soltanto agli abitanti del castello, ma in passato contribuiva all’approvvigionamento idrico dell’intero paese.
La presenza di una cisterna così capiente era fondamentale, soprattutto durante i periodi di siccità o in caso di assedio, quando il castello e il borgo potevano rimanere isolati per lungo tempo.

Dal cortile, una piccola scalinata scoperta conduce al primo piano. La scala che osserviamo oggi sostituisce quella originaria, distrutta durante un bombardamento nel 1943.

Gli ambienti interni
Al piano superiore si trovavano gli appartamenti nobiliari, destinati alla vita privata e alla rappresentanza delle famiglie che abitarono il castello. Accanto a essi erano presenti diversi ambienti di servizio, necessari al funzionamento quotidiano della dimora.

I piani inferiori avevano invece una funzione prevalentemente pratica. Qui si trovavano le scuderie per i cavalli, i magazzini per la conservazione delle provviste e il granaio.

Da questo livello era possibile raggiungere le torri e accedere ai camminamenti di ronda. Immaginiamo le guardie mentre percorrevano le mura, controllando il territorio e sorvegliando ogni possibile movimento intorno alla fortezza.

Sotto la torre maggiore, una scalinata interna conduceva verso il fossato e le prigioni: gli ambienti più nascosti, severi e inquietanti dell’intero complesso.

Il castello e il borgo
La visita si conclude osservando il rapporto tra il castello e l’abitato di Civitacampomarano.

Il borgo si è sviluppato nel corso dei secoli tutt’intorno alla fortezza, seguendo la conformazione del crinale. Fa eccezione il lato meridionale, dove le mura si affacciano direttamente sulle rocce a strapiombo.
Il castello non rappresentava soltanto una struttura militare o una residenza nobiliare. Era il centro politico, economico e simbolico della comunità. La sua posizione, le torri, le mura e gli ambienti interni raccontano ancora oggi secoli di battaglie, alleanze, vita quotidiana e trasformazioni sociali.

Prima di proseguire la visita, fermiamoci per qualche istante ad ammirare il panorama. Dall’alto della collina possiamo comprendere pienamente la funzione strategica della fortezza e osservare il borgo che, quasi abbracciandola, continua a vivere intorno alle sue antiche mura.
Grazie per aver visitato il Castello di Civitacampomarano e buona continuazione alla scoperta del paese.
Seconda tappa – Il centro storico
Centro storico

Entriamo nel centro storico e lasciamoci guidare dalla sua struttura medievale. L’abitato si sviluppa lungo il crinale, mentre il castello domina il paesaggio e separa idealmente le due parti del paese.

Intorno a noi si susseguono vicoli stretti, scalinate, archi, case in pietra e piccole piazze.

Fermatevi a osservare gli antichi portali, le abitazioni tradizionali e ciò che rimane della vecchia cinta muraria.

Sono testimonianze di un paese costruito adattandosi alla forma del terreno, alle necessità difensive e alla vita quotidiana dei suoi abitanti.

Alzando lo sguardo, tra i tetti e le facciate, si aprono improvvisi scorci sul paesaggio molisano. Il borgo sembra dialogare continuamente con le colline circostanti, in un rapporto fatto di pietra, natura e silenzio.

È proprio in questo scenario antico che incontreremo, alla fine del percorso, i colori dell’arte contemporanea. Il contrasto tra l’aspetto severo delle architetture e la vivacità dei murales è uno degli elementi che rendono Civitacampomarano un luogo sorprendente e originale.
Terza tappa – Le chiese del borgo
Chiese del borgo
La nostra visita prosegue attraverso le testimonianze della storia religiosa e civile della comunità.

Cominciamo dall’antica chiesa di Santa Maria Maggiore, la cui fondazione viene tradizionalmente fatta risalire all’undicesimo secolo. L’edificio fu ricostruito in forme gotiche durante il periodo angioino e successivamente trasformato secondo il gusto barocco.

Una parte importante della sua storia è legata al crollo avvenuto nel 1903. Alcuni elementi e arredi della chiesa originaria furono in seguito trasferiti nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Questo passaggio ci ricorda che il patrimonio di un paese non vive soltanto nei singoli edifici, ma anche nella cura con cui una comunità conserva e tramanda ciò che è riuscita a salvare.

Raggiungiamo ora la chiesa di San Giorgio Martire. Essa rappresenta un’altra significativa testimonianza della storia religiosa di Civitacampomarano.
La sua presenza permette di comprendere quanto le chiese abbiano costituito, nel corso dei secoli, non soltanto luoghi di culto, ma anche punti di riferimento per la vita collettiva, le feste e le tradizioni devozionali del paese.

Proseguiamo quindi verso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, situata fuori dal nucleo più compatto del borgo. Il suo elemento architettonico più caratteristico è il portale tardogotico, con arco a sesto acuto.

All’interno sono conservati elementi provenienti dall’antica Santa Maria Maggiore, tra cui il fonte battesimale e preziosi arredi sacri. La posizione della chiesa offre inoltre l’occasione per osservare Civitacampomarano da una prospettiva diversa e cogliere il legame tra l’abitato e il territorio circostante.
Quarta tappa – La casa natale di Vincenzo Cuoco
Quarta tappa
Torniamo nel cuore del borgo e raggiungiamo la casa natale di Vincenzo Cuoco, nato qui il primo ottobre del 1770.

La sobria abitazione in pietra, con il piccolo portale incorniciato, conserva la memoria di uno dei più importanti intellettuali italiani tra Settecento e Ottocento. Scrittore, storico e giurista, Cuoco partecipò al clima politico e culturale della Repubblica napoletana del 1799 e fu poi costretto all’esilio.

La sua opera più celebre, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, non è soltanto il racconto di una sconfitta politica. È anche una profonda riflessione sul rapporto tra le idee, la storia e la realtà concreta di un popolo. Il pensiero di Cuoco esercitò una notevole influenza sulla cultura italiana e sul successivo dibattito risorgimentale.

Sulla facciata della casa, una lapide ricorda la sua nascita e il valore della sua eredità intellettuale. Fermarsi qui significa incontrare la dimensione più raccolta e letteraria del borgo: da un’umile casa di paese partirono idee destinate a superare i confini del Molise.
VIDEO
Le origini della scuola pubblica laica di Stato: da Genovesi a Cuoco
https://www.youtube.com/watch?v=R-wW01RrVNw

Civitacampomarano è legata anche a Gabriele Pepe, militare, patriota, poeta e uomo politico dell’Ottocento. Il suo nome, insieme a quello di Cuoco, testimonia il contributo di questa piccola comunità alla storia del pensiero e del Risorgimento italiano.
Quinta tappa – La street art e i murales contemporanei
Quinta tappa
Giungiamo ora all’ultima parte della visita, quella forse più inattesa.
Sulle pareti delle case, accanto alla pietra antica, appaiono figure, colori e immagini del nostro tempo. Dal 2016 Civitacampomarano ospita il CiViTà Street Fest, progetto ideato e diretto dalla street artist Alice Pasquini. Artisti italiani e internazionali hanno trasformato muri, porte e facciate in opere capaci di dialogare con l’identità del luogo.

Osservate i murales da vicino, ma provate anche ad allontanarvi di qualche passo.

Molte opere acquistano significato proprio nel rapporto con la superficie che le accoglie: una parete segnata dal tempo, una finestra, una porta, una crepa o un angolo del vicolo diventano parte della composizione.

Questa arte non cancella il passato e non cerca di nasconderlo. Al contrario, lo mette in evidenza.

I murales parlano di memoria, relazioni umane, spopolamento, resistenza e rinascita. Portano uno sguardo contemporaneo dentro un borgo antico e invitano abitanti e visitatori a osservarlo con occhi nuovi.

Il festival ha reso Civitacampomarano un punto d’incontro tra la comunità locale e artisti provenienti da diversi Paesi.

Le opere sono disseminate nell’abitato: per scoprirle occorre camminare, cercare, voltare lo sguardo e lasciarsi sorprendere. Il paese stesso diventa così un museo all’aperto, libero e in continua trasformazione.

La nostra visita termina qui, ma Civitacampomarano continua a raccontarsi: nella solidità del castello, nei vicoli medievali, nella memoria delle sue chiese, nel pensiero di Vincenzo Cuoco e Gabriele Pepe e nei colori che oggi animano le sue pareti.

Prima di andare via, concedetevi ancora qualche minuto. Scegliete il vostro scorcio preferito, osservate il paesaggio e lasciate che siano il silenzio del borgo e le immagini dei murales a concludere il racconto.
Grazie per aver visitato Civitacampomarano e buon proseguimento alla scoperta del Molise.
Itinerario specifico dei murales più famosi di Civitacampomarano
ITINERARIO SPECIFICO
Il borgo si gira interamente a piedi ed è strutturato in modo che ogni vicolo riservi una sorpresa. Questo itinerario ad anello di circa 2 ore ti permetterà di scoprire le opere più celebri e iconiche nate dal CVTà Street Fest.
Tappa 1: Partenza da Piazza Municipio
Lascia l'auto nei pressi dell'ingresso del paese e inizia la camminata da Piazza Municipio. Qui incontrerai subito le prime installazioni storiche.
Cosa cercare: I celebri interventi di Biancoshock (2016), che ha ironicamente "materializzato" i social network nel mondo reale in un paese all'epoca quasi privo di connessione internet (come la panchina di Twitter, la bacheca di Facebook o la cabina telefonica di WhatsApp).
Tappa 2: Via Vincenzo Cuoco e i vicoli storici
Imbocca Via Vincenzo Cuoco addentrandoti nel cuore medievale del borgo.
Cosa cercare: Le opere intime e poetiche di Alice Pasquini, direttrice artistica del festival, che ritraggono volti di bambini e scene di vita quotidiana perfettamente integrate sulle vecchie porte in legno e sulle pareti scrostate dal tempo.
Da non perdere: Cerca l'opera speculare di Francisco Bosoletti, un murale monumentale dipinto in "negativo" che svela la sua vera essenza e i suoi dettagli nascosti solo se fotografato invertendo i colori dello smartphone.
Tappa 3: L'area del Castello Angioino
Sali verso l'imponente Castello Angioino, il monumento simbolo che domina il borgo. I contrasti tra le antiche pietre e i colori contemporanei qui sono straordinari.
Cosa cercare: Nei vicoli che circondano le mura del castello potrai ammirare le gigantesche trame geometriche e i pattern decorativi che richiamano i tessuti tradizionali, realizzati dall'artista portoghese Add Fuel, e i dettagliatissimi stencil del duo inglese Snik.
Curiosità: Lungo i muri di pietra noterai piccole fessure o mattoni mancanti riparati creativamente con i mattoncini LEGO colorati, un intervento di guerrilla art firmato da Jan Vormann.
Tappa 4: Via Roma e la Galleria "No Panic"
Prosegui scendendo verso Via Roma per concludere l'anello.
Cosa cercare: Le figure in bianco e nero, caratterizzate da ombre lunghissime e cariche di espressività, firmate dall'artista brasiliano Alex Senna.
Tappa culturale: Concludi il tour visitando la nuovissima galleria d'arte contemporanea No Panic, nata per dare una casa permanente alla memoria storica del festival, dove sono custodite collezioni, mostre d'arte urbana e cataloghi del decennale.
VIDEO
Castello Angioino di Civitacampomarano (Molise) (Cliccare sulle parole in caratteri blu)
Chiesa di Santa Maria Maggiore
La chiesa fu edificata per la prima volta nel 1478, ma fu completamente ricostruita nella seconda metà del XVIII secolo su progetto dell'architetto Ciriaco di Silva, allievo del Vaccaro. Nel 1447, su iniziativa di Ladislao I d’Aquino, signore di Grottaminarda, divenne la sede della nuova parrocchia di Santa Maria Maggiore, che a sua volta, dal 1453, divenne di patronato della stessa famiglia d’Aquino. Distrutta dal terremoto del 5 dicembre 1456, la chiesa, ricostruita a spese dello stesso d’Aquino, venne solennemente consacrata e riaperta nel 1474. All’inizio del Seicento venne ristrutturata e abbellita a spese dell'arciprete Giovanni Nicola De Bellucis (1594-1627) che la fece riconsacrare nel 1621 e vi fece costruire il proprio monumento funebre nel 1625. La chiesa è a croce latina con una sola navata interna e diverse cappelle laterali, mostrando una facciata arricchita da lesene architettoniche laterali e un portale in pietra ornato in stile barocco. All'interno, la chiesa ospita opere di grande valore artistico. Tra queste, una tela bifronte ascrivibile alla metà del '500, raffigurante Cristo e la Madonna, attribuita al Cavalier d'Arpino. Inoltre, è presente una Madonna con Bambino di scuola napoletana, databile tra il XVII e XVIII secolo, e un Battesimo di Cristo eseguito nel 1688 da Pietro Aquila. Sopra l'ingresso principale, nella cantoria, si trova una cassa d'organo del XVIII secolo, costruita in legno e metallo, ricca di intagli e dorature. Accanto alla chiesa si erge la torre campanaria, costruita tra il 1712 e il 1766 dal maestro Ciriaco di Silva da Mercogliano, su disegno del Vanvitelli. La torre ha una base quadrata e misura 36 metri di altezza, dominando la media valle dell'Ufita. È un elemento peculiare del panorama cittadino e sede della Parrocchia di Santa Maria Maggiore.
Chiesa di San Giorgio Martire
Situata su uno sperone di roccia arenaria a oltre 100 metri di altezza sul torrente Mordale, la chiesa presenta una pianta irregolare a due navate separate da tre arcate a tutto sesto su pilastri quadrangolari. La navata maggiore è scandita da tre nicchie e un presbiterio sopraelevato, con un altare settecentesco posto sulla parete di fondo. La facciata, ad attico, è caratterizzata da un portale architravato in pietra sormontato da una finestra rettangolare, un piccolo oculo circolare e un rilievo raffigurante San Giorgio che uccide il drago. L'esistenza della chiesa è documentata dal 1618, ma è probabile che la sua fondazione risalga al X secolo. Nel corso dei secoli, l'edificio ha subito vari rifacimenti e restauri, tra cui la ricostruzione nel 1861 dopo un periodo di chiusura al culto dal 1968 al 1975. All'interno, la chiesa conserva numerose opere d'arte, tra cui tre altari in pietra finemente lavorati, un organo settecentesco di scuola napoletana, un coro ligneo e tredici statue di santi disposte in nicchie sui muri laterali. Durante la festa patronale di San Liberatore a maggio, queste statue vengono trasportate a spalla dai fedeli per le vie del borgo.
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Antico edificio lungo mt. 22, larga mt.5,50 ed alta mt.6 (mc. 700) a pianta longitudinale a due navate, divise da tre arcate a tutto sesto aperte sul muro sinistro, e con tre nicchie per statue sulla parete destra; la navata minore è il risultato di ampliamenti successivi e qui sono collocati il portale d'ingresso del sec. XVI-XVII ed il fonte battesimale provenienti dalla crollata Chiesa di S. Maria Maggiore. Facciata ad attico con cornice a romanelle caratterizzato da semplice portale ad arco ogivale sormontato da finestra in asse. Non offre nulla di notevole fuorché l'altare maggiore con ligneo dorato, di pregevole fattura, del 1779 proveniente dalla parrocchia crollata.




